ALESSANDRIA DELLA ROCCA |
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Esteso ca. 5800 ettari e a 533 m. s.l.m. il comune di Alessandria della Rocca è attraversato dai fiumi Turvoli, e dal Rifesi o Gebbia, affluente del Magazzolo, che nasce dai monti di Palazzo Adriano.
Alessandria si trova a nord della provincia e sorge su un altopiano leggermente inclinato est-ovest, sui pendii delle colline Pizzo La Menta e Culma.
È posta tra i comuni di Bivona, Cianciana, San Biagio Platani, S. Stefano Quisquina.
È circondata per tre parti da collinette coltivate a mandorli.
Il nome originario di Alessandria della Pietra deriva da Presti Alessandro, proprietario dei terreni dove sorse e del Castello della Pietra d’Amico che sorge nelle vicinanze.
Nel 1713, con l’istituzione dei Municipi, fu chiamata Alessandria di Sicilia.
Nel 1862, prese il nome di Alessandria della Rocca, con Decreto Reale del 7 novembre in onore della Vergine SS. della Rocca, il cui Simulacro era stato trovato prodigiosamente nella zona detta "Rocca ‘ncravaccata" un paio di secoli prima.
In epoca normanna i feudi della zona vennero concessi a Lucia, Signora di Cammarata, imparentata con il Conte Ruggero d’Altavilla.
Dal 1398 in poi la baronia di Pietra D’Amico venne concessa da Martino I a Guglielmo Raimondo Moncada, conte di Cammarata.
Nel 1431 Giovanni Abatellis la comprò. In seguito passò a Federico Abatellis, ma resosi reo di fellonia perché ribelle alla Corona, fu giustiziato nel 1523 a Milazzo e i suoi beni confiscati.
Nel 1542 Don Nicolò Barresi comprò dalla Regia Corte col mero e misto imperio la Baronia che comprendeva i feudi Presti Alessandro, Solicchialora, Mohavero e Chinesi con i suoi mercati. L’attuale comune fu fondato nel 1570 con licentia populandi dal nipote Don Carlo Blasco Barresi. Nell’area esistevano già nuclei abitativi prima del 500 e gli abitanti furono trasferiti nel nuovo centro. Arrivarono inoltre molti contadini da Bivona.
Nel 1593 c’erano già 110 case e 307 abitanti.
A dare sviluppo alla città contribuì Donna Elisabetta Melchiora Barresi, Baronessa di Alessandria dal 1619. Avendo sposato nel 1636 Don Girolamo Di Napoli, della nobile famiglia Caracciolo, Principe di Resuttana e di Campobello, stabilì che i suoi discendenti assumessero il titolo di Di Napoli e Barresi.
Nel 1636 la baronia fu elevata a principato. Donna Elisabetta visse gran parte della sua vita ad Alessandria dove morì nel 1679 e fu sepolta nella chiesa del convento dei francescani. Fra i suoi discendenti si distinse il principe Federico consigliere dell’imperatore Carlo V.
I Di Napoli-Barresi generalmente vissero lontani e le loro veci furono fatte da un "Segreto".
Sotto i Barresi sorsero le chiese più importanti.
L’ultimo barone fu Pietro Barresi nel 1788.
Alessandria presenta una pianta urbanistica ortogonale. L’antica via Nicolò Barresi, oggi via Roma, si incrocia, ai Quattro Canti detti dai locali "li Quattru Cantuneri", con la via Umberto I° I Quattro Canti, dividono a croce il paese, creando i quartieri principali i cui limiti erano in origine segnati da quattro croci. Infatti, oltre alla croce posta al Calvario, e a quella ancora esistente all’interno della Villa Comunale, altre due, in legno, erano situate, diametralmente opposte a queste, alla Portella ed al Convento.
Popolazione : circa 5.200 abitanti.
Si svolge dal venerdì al martedì dell'ultima domenica di Agosto. La tradizione risale al 1630, quando nell'ultima domenica di Agosto si ringraziava la Vergine per il raccolto. La Madonna viene detta della Rocca perché si narra che apparve ad una ragazza cieca nel luogo roccioso, dove ora sorge il Santuario, e scavando intorno alla roccia la gente del luogo avvertita trovò una statuetta della Madonna. La feste è divisa in due parti: una religiosa (con processioni ) venerdì, sabato e domenica; ed una folkloristica lunedì e martedì (con manifestazioni sportive e bande musicali).
Piccola fiera di prodotti dell'artigianato locale e di prodotti tipici fra i quali l'apprezzatissimo olio ottenuto dalle olive Biancolilla.
Il prospetto, si ispira a modelli post-rinascimentali e presenta, ai lati del portone principale, due nicchie ad edicola ed una terza, più grande, sopra il portale. L’interno è a tre navate, con transetto e cupola sulla crociera e ha la cantoria sopra l’ingresso, sorretta da due colonne con capitello "tuscanico". Le pareti sono bianche e due pilastroni dividono le navate ed il coro, che ospita due file di stalli in legno e due tele del Panepinto, raffiguranti il Ritrovamento del simulacro della Madonna della Rocca. Sopra l’ogiva orchestrale, una grande tela, della fine dei ‘600 raffigura l’Arcangelo Michele in lotta con Lucifero.
Negli anni ‘80 fu scoperta nella Chiesa Madre di Alessandria della Rocca L’Assunzione della Vergine di Domenico Provenzani ((1736-1794). Si tratta di una splendida tela di cm. 180x280,che porta la data 1787 e la firma dell’autore, in basso nella predella, sotto il piede destro dell’ultimo apostolo in fondo a sinistra. L’opera si colloca nell’ultimo quinquennio di attività e nel periodo di massimo splendore e documenta la sua presenza anche nella zona montana dell’Agrigentino.
L’opera, è divisa in due piani: in quello superiore domina la Vergine con le braccia aperte, assisa tra uno stuolo di angeli festanti; in quello inferiore, invece, sono disposti gli Apostoli sbigottiti attorno al sepolcro vuoto.
La tela è in buono stato di conservazione anche se presenta alcune cadute di colore che sollecitano un restauro.
Domenico Provenzani, detto il Pittore del Gattopardo era nato a Palma di Montechiaro e godette della stima e del mecenatismo di Ferdinando Tomasi di Lampedusa.
La chiesa del Convento ha un portale con timpano ad arco spezzato. L’interno è ad una sola navata e presenta decorazioni d’ordine corinzio. L’altare principale ospita una grande tela che raffigura l’Immacolata Concezione; un busto in marmo raffigura la principessa Donna Elisabetta Melchiorra Barresi, che fece erigere la chiesa ed il convento.
Due grandi tele settecentesche, poste sulle pareti laterali, raffigurano: "La Sacra Famiglia" e "La Deposizione". Sulla volta e sulle pareti, alcuni affreschi di Vincenzo Manno, la cui famiglia avviò la transizione al gusto neoclassico nell’ultimo ‘700, raffigurano scene del Nuovo e del Vecchio Testamento, e si inseriscono nella cultura figurativa del XVIII° secolo.
Un affresco del XVII° sec., presumibilmente di autore locale, raffigura Alessandria della Pietra, in cui si evidenziano, oltre all’originario nucleo di case, le principali chiese: quella del Carmine, l’annesso convento Carmelitano e la selva dei carmelitani; quella del Convento dei Frati Minori Riformati e la selva; quella delle Alme Sante del Purgatorio, il Collegio di Maria e la chiesa Madre.
La CHIESA DI SAN GIOVANNI, costruita agli inizi del Seicento in stile barocco da il nome all’omonimo rione. Presenta una sola navata. Le pareti laterali sono decorate con festoni in stucco. La statua lignea di San Giovanni Battista, realizzata tra la fine del ‘700 e i primi dell'800 raffigura il santo, avvolto da un manto rosso bordato oro, che con la mano sinistra regge un agnellino.
L’interno presenta alcune tele che raffigurano le scene del ritrovamento della statua della Madonna della Rocca, avvenuto negli anni 1620/25, il suo trasporto a Palermo ad opera del Principe di Resuttana, il ritorno ad Alessandria nel 1883, i lavori per la costruzione del santuario e la prima Messa celebrata nel nuovo santuario.
Tutte le tele sono opera del pittore Panepinto da S. Stefano Quisquina. Sull’altare maggiore spicca il simulacro della Madonna della Rocca, ritrovato prodigiosamente da una cieca, intorno agli anni 1620/25. La piccola statua alta cm. 60, in marmo pario pare risalga all’epoca bizantina e raffigura la Vergine Maria avvolta da un manto fregiato e panneggiato, con in braccio Gesù Bambino che ha lo sguardo rivolto verso la Madre. L’episodio del ritrovamento non è attestato da fonti storiche ma è testimoniato dalla tradizione orale.
Una povera vedova che il popolo ha voluto chiamare Rosa Innominati, in età avanzata portò un giorno la figlia cieca Angelina a raccogliere verdure selvatiche nella zona, detta "Rocca ‘Ncravaccata" e fece sedere la figlia raccomandandole di non muoversi finché non fosse tornata. Alla figliola apparve quindi un Angelo, che le disse che sarebbe venuta la Vergine col suo Bambino .Presto le apparve la Vergine e le disse: "Va in paese e dì ai sacerdoti e al popolo di venire in questo luogo e di scavare in questa caverna: troveranno un mio simulacro, erigeranno un mio Santuario, dove custodirlo e venerarlo". Angelina disse allora: "I sacerdoti ed il popolo non mi crederanno perché sono cieca". Non aveva neanche terminato di parlare che riacquistò immediatamente la vista. Andò incontro alla madre e ambedue tornarono in paese e raccontarono l’accaduto. Subito fu organizzata una processione fino alla caverna indicata dalla Vergine. Scavarono ma per la fretta urtarono, con uno strumento di lavoro, un piccone forse, contro il simulacro, spezzando il braccio della S. Vergine all’altezza del polso ed il braccio sinistro del Bambino all’altezza del gomito.
Della corona del Bambino non si sa nulla, quella della Vergine, è invece custodita nel Santuario.
Non erano ancora iniziati i lavori per la costruzione del Santuario e il barone del luogo, avendo saputo del ritrovamento, rivendicò il Simulacro, perché il ritrovamento era avvenuto nella sua proprietà. Lo portò a Palermo, dove rimase fino al 1873, ed al suo posto mandò una copia. La data della restituzione al santuario 30 marzo 1873 è incisa sul piedistallo su cui poggia la statua. Dalla terza domenica di Quaresima fino al pomeriggio di Pasqua e dal venerdì dell’ultima settimana di agosto fino alla prima domenica di ottobre la statua originale si trova nella Chiesa Madre, dove abitualmente si può vedere la copia mandata dal barone.
Poco tempo dopo il suo ritrovamento la Vergine fu eletta principale protettrice del paese.
È proprietà pubblica.
Fu fondato nella prima metà del XIV sec.
Nel 1337 appartenne a Eleonora Abatellis, moglie di Federico Abatellis.
Nel 1355 è annoverato tra i castelli feudali
Nel 1398 Bartolomeo de Aragona riceve il feudo ed il castello.
Malgrado le pessime condizioni del castello, oggi in disfacimento totale, lo studio dei ruderi permette di classificare l’edificio tra i fortilizi rurali del 300.
La necropoli Gruttiddri, in contrada Chinesi, presenta numerose camerette sepolcrali di forma circolare, perlopiù con volta tondeggiante, scavate nella roccia. Le grotte presentano resti di sepolture. Il materiale rinvenuto all’interno delle grotte rappresentato da ceramica grossolana impressa, testimonia la presenza di gruppi dediti all’agricoltura e alla pastorizia abitanti in insediamenti fissi a partire dal II° millennio a.C. in poi.
Resti di insediamenti, che vanno dalla preistoria ai vari periodi della storia antica e medievale sono state rinvenuti anche in un altro luogo poco distante dalla necropoli Gruttiddri e precisamente in contrada Lurdicheddra, dove, sull’omonimo cozzo, si trova un’altra necropoli più piccola dell’altra ma dalle stesse caratteristiche tombe.

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