LICATA |
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Licata sorge sulla costa meridionale della Sicilia tra la foce del Salso, a est, e l'altura detta la "Montagna" a ovest, che la domina con il Castel Sant'Angelo. La ricerca archeologica ha documentato la frequentazione del territorio almeno fin dal Neolitico. Soprattutto le colline che a semicerchio circondano la piana attraversata dal Salso-Imera nell'ultimo tratto del suo percorso attestano la presenza di insediamenti preistorici: Pizzo Caduta e Casalicchio, in particolare. Il ritrovamento più interessante è quello dell'insediamento di Muculufa, su un'altura lungo il corso del Salso-Imera a 20 Km dalla foce. Esso consiste di tre zone: un villaggio, una necropoli e un santuario appartenenti alla cultura castellucciana del Bronzo antico, databile circa 2000 anni a.C. Sono notevoli soprattutto alcuni vasi attribuiti ad un unico autore, chiamato "il Maestro di Muculufa". La prima presenza greca è invece documentata nei siti di Mollarella-Poliscia, alla foce del Fiumicello ed in contrada Casalicchio. È in quest'ultimo sito che si è accertata la presenza di un santuario delle divinità ctonie, Demetra e Kore, databile al VI e IV sec. a.C., che ci ha restituito una grande quantità di reperti, tra cui una serie di "skyphoi"(piccoli vasi di forma tronco-conica, con due anse orizzontali) del IV sec. a.C. con dedica graffita. Mentre in passato si era voluto identificare in Licata l'antica Gela, le ricerche archeologiche dell'ultimo decennio ha invece attribuito la fondazione di Licata al tiranno di Agrigento, Finzia. Le ricerche la hanno infatti identificata con la città che il famoso tiranno agrigentino fondò col proprio nome, Finziade, nel 281 a.C., per trasferirvi gli abitanti della distrutta Gela. È, infatti, con una delle montagne che circondano Licata (per alcuni il poggio Cufino), che è stato identificato il monte "Eknomos" su cui sorgeva l'omonimo castello di Falaride (VI sec. a.C.) e su cui era collocato il famoso toro di bronzo usato per il supplizio dei nemici. Nel 310 a.C., fu proprio a Licata, nella sottostante pianura, che Agatocle, tiranno di Siracusa, vi fu sconfitto dai Cartaginesi. E nelle sue acque Caio Attilio Regolo distrusse la flotta cartaginese nel 256 a.C., rendendo possibile lo sbarco dei Romani in Sicilia.Un abitato greco-ellenistico (IV-I sec. a.C.) è stato ritrovato in Monte Sant' Angelo, che ci testimonia ancora una volta la continuità di frequentazione del sito nelle varie epoche. Non è tutt'ora chiaro, comunque, se l'attuale abitato di Licata derivi direttamente da questa città; la città medioevale e moderna si colloca alla periferia orientale di quella ellenistica, in parte anche ad essa sovrapponendosi, non esiste tuttavia nessuna testimonianza storica o archeologica sulla eventuale continuità. Per quanto riguarda il periodo arabo, una delle più antiche notizie ci riporta come data l' 827, quando il nostro borgo viene indicato come una delle tappe dell'esercito musulmano da Mazzara a Siracusa. In tali circostanze viene ancora indicato come Finzia, ma certa è comunque la sua esistenza, ma già in una pergamena del 1093 del conte Ruggero, il borgo viene indicato con il doppio nome di "Chata" e "Limpiados", coi quali vengono rispettivamente indicati il castello e l'abitato, e nel 1141, invece, le denominazioni divengono "Olimpiadis" e "Licata". Nel corso del Medioevo prende il nome di Alicata (dal fiume "Alico"), mentre è riportata come Lynbiyadah nel libro di Re Ruggero del geografo El Edrisi (1154).Intanto l'abitato sorto intorno al castello va ampliandosi progressivamente in età araba e normanna. Licata non risulta mai infeudata, per cui si deve supporre che fin dall'età normanna essa sia appartenuta al demanio regio, al quale appartiene con certezza ai tempi di Federico II. Nel 1234 è città demaniale del Regno di Federico II di Svevia, insignita da quest'ultimo del titolo di "Dilettissima". Nel 1393 è visitata dal Re Martino I D'Aragona.L'11 luglio 1553 è saccheggiata dai turco-francesi che assalgono la città con centoquattro galee.Nel 1820 partecipa ai moti insurrezionali contro i Borboni seguendo le sorti della Sicilia fino al Plebiscito. Nel 1870 l'attività commerciale legata all'estrazione e alla raffinazione dello zolfo determina la costruzione del Porto commerciale e del ponte sul fiume Salso; Licata in quegli anni vantò ben cinque raffinerie. Nel 1930 Licata divenne il più vasto complesso industriale d'Europa per la raffinazione dello zolfo. Il 10 luglio del 1943 vi sbarcarono le truppe della 7a Armata americana per iniziarvi l'operazione "Husky", cioè il piano di conquista della Sicilia.
Popolazione: 42.000 abitanti ca.Distanza da Agrigento: 45 KM S.S. 115.
Comuni limitrofi: Palma di M. - km. 18, Campobello - km. 23, Ravanusa - km. 22, Naro - km.34, Camastra - km. 29.
La festa del patrono viene celebrata nella prima settimana di maggio ed ha il suo culmine il 5 maggio, quando l'urna con i resti del santo, accompagnata dai quattro ceri, viene portata in processione per le vie della città.
Organizzata dall’associazione Duomo con i patrocinio del Comune nell’ambito delle manifestazioni estive di Licata. Presso la villa comunale, villa Elena o al porto nel mese di agosto ha luogo la degustazione di sarde, polipi e calamari fritti o arrostiti. Il pesce è servito con vino rosso e pane casereccio. Dura un giorno ed è allietata da gruppi folcloristici.
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In un vano nell’interrato che occupa parzialmente la prima sala sono esposti reperti di provenienza subacquea recuperati a partire dal 1970 nelle acque di Licata.
La mattina del 10 luglio 1943 il cosiddetto D Day per lo sbarco anglo-americano in Sicilia, il forte fu bombardato dall’incrociatore americano Brooklyn e dal caccia Buck. Quindi fu conquistato quella stessa mattina dai GI’s americani che issarono sul pennone del castello la bandiere a stelle e strisce.
Ristrutturato è destinato ad accogliere un antiquarium.
La chiesa ha pianta a tre navate e struttura basilicale con transetto. Presenta tre ingressi, uno principale ad ovest e due laterali a sud e a nord, ed è dotata di una cupola, due corpi laterali, sacrestia e canonica e di una torre camapanaria.
La chiesa lunga m. 55 e larga 27 fu dedicata alla natività della Vergine, con il titolo di Santa Maria la Nuova , perché si distinguesse dal vecchio Duomo. La volta fu affrescata nel XIX sec., gli 8 altari laterali risalgono al 1886 e 1889, mentre le pale degli stessi altari furono eseguite nella seconda metà del XVIII sec. Un solo elemento ornamentale è quasi coevo alla chiesa: la pala su tela dell’altare maggiore con la Natività della Vergine e Santi (1572). È di autore ignoto. Il pittore oltre al gruppo dei pastori ha inserito su fondo i tre Re Magi guidati dalla stella in cammino verso Betlem. La data 1572 si legge sul masso al centro.
Il pulpito in marmo del 1950 ha sostituito un altro più antico in legno.
Le primitive decorazioni probabilmente andarono distrutte o danneggiate in seguito al terremoto del 1542 che causò la caduta della cinta muraria di Licata e di molti edifici o in seguito al saccheggio dei turchi del 1553.
Il prospetto completato solo fino alla trabeazione fu ripreso nel 1930. La parte superiore in origine rustica fu realizzata in stile ionico e presenta tra l’altro un rosone nella zona del timpano.
Il campanile è incompleto e poiché minacciava di crollare le finestre furono murate negli anni 70. L’interno del duomo è sobrio ed elegante nelle sue linee rinascimentali. La copertura della navata centrale più alta delle laterali è a botte. Le crociere medievali si notano nei vani laterali. La cupola a calotta sferica domina il transetto. La balconata dell’abside del 1858 fu commissionata a marmorari trapanasi. L’abside centrale con volta a catino è rivestita da un coro ligneo del XVIII secolo ed è affiancata da due absidi laterali con cappelle di Santi. Il battistero è situato ai piedi della navata sinistra ed è dotato di un fonte battesimale in marmo del XVII sec ed è l’unico sontuoso di Licata, dono della famiglia Caro. La decorazione interna è semplice e presenta stucchi bianchi in campo azzurro. La volta è stata affrescata dal pittore siracusano Raffaele Politi (1783-1870). Tra le tele che ornano la chiesa, undici sono opera del cappuccino Fra Felice di Sambuca (1733-1805). La pala dell’altare maggiore con la Natività della Vergine e i santi Pietro e Paolo e angelo, eseguita su tela, è opera di anonimo autore fiammingo della prima metà del XVII sec. Nella cappella del braccio destro si conserva un maestoso Crocifisso ligneo del sec XV. Si riscontrano analogie tra il soffitto ligneo della cappella del Crocifisso e quello della Chiesa del Rosario di Palma di Montechiaro. Il Cristo nero venne trasferito in questa cappella dove aveva sede la Confraternita del Santissimo Sacramento dopo l’incendio del 1553. Nel 1602 venne istituita l’Arciconfraternita dei Negri che doveva occuparsi del culto del Crocifisso tanto venerato dai licatesi. I lavori di decorazione lignea della cappella dovettero iniziare nel 1635 grazie al denaro ricavato dai doni dei fedeli.Di fronte a essa nel 1786 venne costruita la Cappella della Madonnuzza con decorazioni in legno e oro. La cappella ospitava una tela del Provenzani e uno Sposalizio di Maria del Novelli distrutti nei restauri del 1929. È andata perduta la tela con il Martirio di S.Giacomo apostolo di Filippo Paladini la cui presenza nella chiesa è attestata storicamente. Tra le poche feste che si celebrano nella Chiesa Madre, la più antica e la più suggestiva è quella del Giovedì Santo. Anticamente per la cittadinanza era un giorno di festa e per l’occasione si indossavano gli abiti più colorati.
Il progetto globale è attribuito a fra Angelo italia architetto gesuita di Licata anche se le fonti storiche riportano solo i nomi di Francesco Bonamici, architetto maltese e del frate francescano Andrea Noara di Trapani. Il prospetto della chiesa è incompiuto.
Tra le opere di maggiore pregio custodite nella chiesa si citano l’urna argentea di Sant’Angelo custodita all’interno di una cappella con cupola chiusa da una robusta e artistica cancellata in ferro battuto degli inizi del XVIII secolo, la pregevole tela raffigurante i Santi Apostoli Filippo e Giacomo, di anonimo artista del ’600, l’Ecce Homo e due Storie della vita di Sant’Angelo, entrambe di ignoti pittori siciliani del secolo XVI. Inoltre si segnala La Pietà, tela del pittore palermitano Gioacchino Martorana (1724-1782).
Lungo le navate sono disposte le ‘ntorcie ovvero 4 varette lignee che si fanno sfilare in processione con l’urna del santo il 5 maggio giorno della sua festa
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